Lo studio che l’Italia ha dimenticato: Berio, Zuccheri e il suono del futuro

Newcomb SM-310 portable stereo tape recorder -1960

C’è una storia che pochi conoscono e che, ogni volta che viene raccontata, lascia tutti a bocca aperta.

Immaginate un tecnico del suono così bravo che il giorno in cui è andato in pensione lo studio dove lavorava ha chiuso per sempre. Non per mancanza di soldi. Non perché la tecnologia fosse obsoleta. Ma perché senza di lui, semplicemente, nessuno sapeva più come farlo funzionare.

Quell’uomo si chiamava **Marino Zuccheri**. E quel posto era lo **Studio di Fonologia Musicale della RAI di Milano**. Un laboratorio dove, tra il 1955 e il 1983, si inventava letteralmente il suono del futuro, mentre a poche stanze di distanza la stessa RAI mandava in onda Sanremo.

Cos’era lo Studio di Fonologia

Facciamo un passo indietro. Siamo negli anni ’50 e in tutta Europa succede qualcosa di rivoluzionario: i musicisti si rendono conto che non serve più un’orchestra per fare musica. Basta l’elettricità.

A Parigi, un ingegnere di nome Pierre Schaeffer aveva già iniziato negli anni ’40 a registrare suoni del mondo reale — treni, porte, voci — e a manipolarli con il nastro magnetico. La chiamò **musique concrète**: prendeva un suono concreto, reale, e lo trasformava in qualcosa di nuovo tagliando e incollando pezzi di nastro. Letteralmente con le forbici.

A Colonia, in Germania, andavano nella direzione opposta: costruivano i suoni da zero, partendo da onde elettroniche pure. Era l’*Elektronische Musik*.

E l’Italia? L’Italia fa una cosa geniale. Nel 1955 due giovani compositori — **Luciano Berio** e **Bruno Maderna** — convincono la RAI a fondare uno studio a Milano. Invece di scegliere tra la scuola francese e quella tedesca, lo Studio di Fonologia le fonde insieme: suoni concreti **e** suoni elettronici. Il meglio dei due mondi.

Se volete approfondire, gli scritti dello stesso Berio e la documentazione conservata al Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco, dove parte della strumentazione originale è stata ricostruita, sono punti di partenza preziosi.

Marino Zuccheri, l’uomo invisibile

Zuccheri non era un compositore, era un tecnico del suono. Ma in uno studio come quello il tecnico era tutto. Le macchine di allora non erano computer con un pulsante “play”: erano oscillatori, generatori di rumore bianco, filtri e soprattutto registratori a nastro.

Oggi, per allungare o accorciare un suono, aprite un software e trascinate il mouse. Allora bisognava cambiare fisicamente la velocità del nastro, tagliarlo con una lametta, girarlo al contrario, sovrapporlo. Ogni singolo suono era il risultato di ore di lavoro manuale, quasi artigianale.

I compositori arrivavano con delle idee — a volte solo con parole, *”voglio un suono che sembri liquido, che si sciolga”* — e Zuccheri le traduceva in realtà sonora. Ecco perché, quando andò in pensione nel 1983, lo studio non sopravvisse: la conoscenza era nelle sue mani, non nei manuali.

Berio, Eco e la voce di Cathy Berberian

Nel 1958 Berio compone **”Thema (Omaggio a Joyce)”**. La materia prima? La voce di **Cathy Berberian**, cantante straordinaria e all’epoca moglie di Berio, che legge un passaggio dell’*Ulisse* di James Joyce.

Insieme a un giovane semiologo — un certo **Umberto Eco** — Berio analizzò la musicalità del testo, poi smontò la voce pezzo per pezzo. Vocali che diventano melodie, consonanti che diventano ritmo, la voce che si moltiplica fino a diventare un’orchestra fatta di una persona sola.

Fermatevi a pensarci: nel 1958 stavano usando registratori a nastro per fare quello che oggi facciamo con auto-tune e campionatori.

Cathy Berberian viene spesso ricordata solo come “la moglie di Berio”, ma era un’artista rivoluzionaria, capace di usare la voce come uno strumento elettronico prima ancora dell’elettronica. Come lei, pensate a **Delia Derbyshire**, che negli stessi anni al BBC Radiophonic Workshop creava la sigla di *Doctor Who* tagliando nastri a mano. Due studi, due paesi, la stessa rivoluzione portata avanti da persone di cui spesso non ricordiamo il nome.

Il contrasto con Sanremo

Mentre in una stanza Berio e Zuccheri sezionavano la voce umana, la stessa RAI trasmetteva il Festival di Sanremo. Da una parte l’Italia delle canzonette, di Modugno che vola nel blu; dall’altra un manipolo di scienziati del suono che costruiva il futuro.

E convivevano. La RAI di quegli anni, con i soldi del canone, si permetteva di finanziare la ricerca pura senza chiedersi *”ma questo lo ascolterà qualcuno?”*. Provate a immaginarlo oggi: un servizio pubblico che investe in un laboratorio dove si fa musica che il 99% delle persone non capirebbe, solo perché è importante farla.

Perché conta ancora oggi

Tutto quello che ascoltate oggi — la techno, la colonna sonora di un film di fantascienza, il suono di sintesi in una canzone pop, gli effetti di un videogioco — nasce da quelle stanze. Da Milano, da Colonia, da Parigi, da Londra.

Ogni volta che aprite un programma musicale e “campionate” un suono, state facendo digitalmente quello che Zuccheri faceva con forbici e nastro. La logica è identica: prendere un suono, manipolarlo, trasformarlo in qualcos’altro. La differenza è che oggi lo fanno tutti, con un telefono.

Lo Studio di Fonologia chiuse nel 1983. Le macchine oggi sono al Castello Sforzesco, alcune restaurate, altre mute per sempre. Ma la storia della tecnologia non è solo la storia delle macchine: è la storia delle mani e delle menti che le facevano cantare.

Andate a cercare **”Thema (Omaggio a Joyce)”**: chiudete gli occhi e ditemi se non vi sembra roba di oggi.


*Per approfondire, leggi anche i nostri articoli sulla [nascita della musica elettronica in Europa](#) e sulle [pioniere dimenticate della tecnologia musicale](#).*

Crediti Immagini

  • “Newcomb SM-310 portable stereo tape recorder -1960” di Nesster — CC BY 2.0 — [fonte](https://www.flickr.com/photos/80682954@N00/5832174670)

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